Inocula il (mio) germe.

iovaccino ombrello

Ho perso una persona a cui ero molto legata a causa di una meningite fulminante. Era una di quelle persone che hanno reso la mia vita bella e felice, era giovane, era un pezzo del mio cuore, ed è per questo che ogni volta che leggo quella parola; meningite, la mia anima ha un sussulto e l’ansia mi si aggrappa al collo.
Il caso di meningite di cui si è parlato ieri a Fossano riguarda una maestra dell’asilo in cui vanno i miei figli. La notizia mi ha dapprima destabilizzato, poi grazie alle notizie reperite su testate locali la mia agitazione è scemata; si tratta di meningite da emophilus curabile con terapia antibiotica, l’asl ha assicurato che NON è una una forma grave.
Ho ringraziato in silenzio mille volte per aver vaccinato i miei bambini, per non esserci fatti distrarre dalle campagne controinformative al riguardo. Non starei scrivendo con la stessa tranquillità diversamente.
Il mio primo figlio è nato nel 2011 nella vera a propria ondata di salutismo, naturalismo, medicina alternativa, omeopatia, naturopatia, osteopatia, vegetariani, vegani, fruttariani e l’avversione ai vaccini per l’appunto.
Siamo stati bombardati dalle varie capagne antivaccinali che alle immagini di bambini intenti a ricevere la loro dose di antigeni accostavano parole come autismo, danni neurologici, morte nel sonno, epilessia, sclerosi multipla. Sfido qualsiasi mamma sottoposta a quella pressione mediatica e di informazione spicciola, senza controllo tipica dei tempi moderni, a non essersi fatta venire dei sani dubbi in merito all’importanza e alle controindicazioni dei vaccini.
Personalmente ho letto diverse pubblicazioni, parlato con il pediatra e con il responsabile dei vaccini della mia asl di riferimento, cercato confronto al consultorio e letto un po’ di statistiche, prima di arrivare a qualsiasi decisione in merito.
I vaccini hanno contribuito a far sì che diverse malattie, come il vaiolo, venissero eliminate; stanno debellando la poliomelite e hanno ridotto l’incidenza delle malattie infettive come difterite, morbillo, rosolia, tetano, paraotite, malattie che possono dare risvolti gravi e pericolosi. Spesso senti ribattere “Perchè dovresti vaccinare i bambini? Le malattie dei bambini le abbiamo fatte tutti, ste menate dei vaccini sono solo per ingrassare le case farmaceutiche!” Perchè? Perchè circa 1 bambino su 3 mila sviluppa una febbre molto alta post vaccino e che viceversa, un caso su 1000 di morbillo è associato ad encefalite, potenzialmente mortale. Per esempio.
Maggiore è la copertura vaccinale di un Paese e più ampia è la copertura “a cappello” anche di quelle persone che non possono vaccinarsi per problemi di salute, di malattie, di sistema immunitario. E’ di poco tempo fa la notizia di una bambina toscana non immunizzata (a causa di una grave malattia che glielo impedisce) che non può andare a scuola perchè metà della sua classe non è stata vaccinata e lei, immunodeficiente, potrebbe esserne contagiata con conseguenti gravi rischi per la sua vita.
Non è solo un fattore di moda scegliere di non vaccinare, si mette a rischio la salute della comunità in cui viviamo, si limita la libertà di molte persone “deboli” a livello immunitario, si espone al contagio tutte quelle persone che per età ed origine non sono stati vaccinati, si rischia di veder tornare malattie quasi scomparse da anni, in Inghilterra recentemente c’è stata un “epidemia” di morbillo e rosolia come non si vedeva dagli anni ’40!
E’ davvero pressante la campagna naturalista che si sta diffondendo sempre di più e sempre più velocemente, spesso è seguita più per far tendenza e per il prestigio di sentirsi parte di un èlite spesso spocchiosa, che per reali motivazioni costruite su studio e informazioni concrete. La curiosità è il motore del mondo e io stessa amo provare e sperimentare cose nuove, dalle cure all’alimentazione, ma con coerenza, studio e buon senso. Viva il tofu, il seitan, la bacche di goji, quinoa e tutte quelle cose dai nomi così esotici e trendy, dalle mille proprietà, ma una persona mediamente intelligente non può improvvisarsi vegana e crescere neonati con latte di riso e mandorle giocando sulla loro pelle!
Gli alunni non vaccinati della maestra di cui parlavo prima, ora rischiano il contagio e devono essere vaccinati quanto prima, la poca copertura contro questo virus ha fatto si che l’insegnante si potesse ammalare e che una piccola comunità ne sia stata coinvolta, allarmata e preoccupata.
Avere stili di vita anticonformisti e possibilmente più sani non dà diritto a giocare sulle vite degli altri, non sono decisioni e atteggiamenti da prendere sull’onda di facili entusiasmi, con leggerezza e poca informazione. Ci sono altri modi per giocare a fare gli alternativi, in modo indolore. Noi per esempio abbiamo deciso di non battezzare i nostri figli😉.

“Vietato l’ingresso ai bambini”

 

no child

Lo scorso weekend sono uscita per una rimpatriata con amici.  Nel gruppo whatsapp creato per organizzare la cena abbiamo azzardato nel proporre una serata “child-free”, come va di moda chiamarla ora. Senza figli in pratica. Una cena con nove adulti e sei bambini si sarebbe risolta in: turni per seguire i figli, frequentissime spole al bagno, discorsi sospesi a metà e frasi interrotte da urla o pianti. Dopo quindici anni nei quali ci vediamo a spizzichi e bocconi il nostro intento era quello di raccontarci, viverci e rimembrar! Quindi viva i nonni che hanno badato alla prole. Abbiamo scelto un locale abbastanza in voga nel centro di Cuneo, servizio ordinato e curato, ambiente su due livelli, dettagli interessanti nel menù e una lista di dolci che avrebbe messo in difficoltà anche gli Umpa Lumpa. La serata è stata tranquilla e piacevole, siamo stati seduti molto più del necessario, abbiamo apprezzato la conversazione e il Barbera, mentre i miei figli, dai nonni, improvvisavano avventure di pirati e dormivano in tenda al centro della camera da letto.
Tutto bene quel che finisce bene.
Sarà per questo che, a differenza di molti altri, non mi sono scandalizzata stamattina quando in un gruppo su facebook ho letto la decisione del titolare di un ristorante di Roma di vietare l’ingresso ai bambini nel suo locale.
Sono assolutamente favorevole a settorializzare i locali perché succede che IO stessa, la mamma, a volte sopporti poco la mia progenie quindi perchè obbligare il vicino di tavolo che magari è uscito per una cena romantica o rilassante o impegnativa o di lavoro a subire la manfrina dei miei figli?
I bambini piccoli per quanto possano essere stati ben educati, seduti al tavolo più di tanto non stanno, così come non regolano il tono della voce o l’insistenza nel richiamo, vogliono attenzioni che cercano in mille modi. Tutti rumorosi. Hanno l’esigenza di muoversi ed esplorare, di giocare con ogni cosa gli passa in mano, in primis piatti e posate ovviamente, sono goffi, poco prudenti e, oltre al mero fastidio, possono farsi male o provocare disastri con i camerieri.
Immagino che quello ad infastidire davvero nella faccenda del ristoratore di Roma sia il logo del divieto sovrapposto al volto di un bebè, il prendere coscienza che i nostri bellissimi/tenerissimi/paffutelli/buffi/divertenti/pasticcioni/cucciolosissimi bambini non siano essenziali per tutti, che ci sono persone che si sentono perfino irritate dalla loro presenza, che esiste vita oltre la maternità e/o paternità. L’indole di genitore paladino dei diritti dei figli è difficile da domare, ed è così prepotente da non far cogliere gli occhi colmi di speranza di chi auspica la “no child zone”.
Prima di avere figli vi allettava forse l’idea di un volo transoceanico seduti vicino ad un bambino di pochi anni? Bramavate di mangiare la pizza a fianco di una famiglia numerosa? Trovavate accattivante la vacanza dove il gruppo di ballerini più scatenati si dimenava del “Gioca jouer”?
Come non biasimare allora le giovani coppie, quelle più anziane che “hanno già dato”, chi ha deciso di non aver figli, chi ne ha ma cerca una serata tranquilla, chi è ad una cena di lavoro.

Rallegratevi! Parallelamente ai ristoranti che non gradiscono la presenza dei bambini stanno nascendo piano piano i così detti locali “family friendly”, posti che accolgono a braccia aperte i bambini e le loro famiglie. Sono strutture organizzate e pensate per poter ospitare serenamente i piccoli avventori. Alcune hanno l’area cambio e i seggiolini che evitano ingombranti traslochi casa-ristorante, altre hanno zone dedicate con giochi, tavolini sedie e colori, zona tv, le più attrezzate dispongono di scivoli, piscine di palline, gonfiabili e animatrici, altri prevedono uno spazio esterno dove correre e giocare. Alcune pensano perfino ai ragazzi più grandi con console di videogames.
Cliccando locali family friendly trovere una lista di 40 locali nel cuneese, raccolta nel gruppo Facebook Noi mamme di Cuneo, che accettano i bambini di buon grado e sono attrezzati per ospitarli ^_^
Davvero preferireste cenare in un ristorante che non gradisce la presenza dei vostri pargoli, con clienti pronti a fulminarvi non appena sente l’accenno di un capriccio? Con gestori che tacitamente vi invitano a sbrigarvi offrendo un servizio sbrigativo e poco empatico?
E’ davvero così assurda l’idea di selezionare il locale in base alle proprie necessità ed esigenze? Non saremmo tutti più felici di condividere un luogo con persone che hanno il nostro stesso stile di vita? Sareste mai andati appena maggiorenni in villeggiatura a Latte con un gruppo di anziani artritici?

Non fermiamoci a diversificare i locali in base all’età, avrei altre interessantissime proposte. Gradirei locali:
“Smartphone free” in cui far depositare i cellulari nel “centro raccolta dispositivi” all’ingresso;
“Chiasso free” dove la sedia modera i toni più forti con una scossa;
“Cravatta free” solo gente vestita casual;
“No toilet zone” prevede che il cameriere sia autorizzato a mollare uno scapellotto ogni qual volta ti sorprenda al tavolo con dita nel naso, fra i denti o nelle orecchie;
“Grazie e prego zone” dove i consumatori non educati vengano allontanati a calci nel posteriore;
“Hipster free” per avventori dal viso rasato e caviglie coperte;
“No razzisti zone” per evitare di farsi andar la cena di traverso con frasi xenofobe.

E buona serata a tutti!

 

 

 

 

Distillati di libri. L’ultima frontiera dell’inutile.

òibro  strappato
In macchina stavo ascoltando la radio di ritorno da una lezione sul ciclo vitale dell’ape, in marcia verso esercizi di grammatica, quando le mie orecchie sono state violentate dal  binomio Distillati-libri.
“Distillati non riassunti di best sellers a cui abbiamo ridotto le pagine e non il piacere – il riferimento al sesso è sempre una buona operazione di marketing – a soli 3,90 euro”
Me lo immagino lo stagista con velleità da scrittore, armato di matita e righello, martoriare il lavoro intellettuale di un autore da 20 milioni di copie.
Nello specifico si pubblicizzavano i Distillati di Mazzantini e di Larsson,che nemmeno a farlo apposta ho letto, e mi chiedevo come poter trovare soddisfazione nel leggerli evirati in modo arbitrario e soggettivo da un X qualunque. Della Mazzantini apprezzo le descrizioni, lo stile della punteggiatura, il ritmo. La trilogia Millennium di Larsson invece è un dedalo di intrighi, combinazioni, misteri che solo l’idea di comprimerli mi da la stessa sensazione di quado provi delle scarpe un numero più piccolo.
Preferisco sinceramente un riassunto. Non distrugge nulla che abbia trovato l’immortalità nella carta stampata, semplicemente lo spiega e gli regala un’immediata chiave di lettura, facile, fruibile. I 13 enni castrati nella loro esplosione ormonale da tomi come da Dante e Manzoni hanno pur bisogno di trovare una serena scorciatoia. Il lettore però, quello che spontaneamente decide di leggere, che evade fra le pagine fino ad estraniarsi dalla realtà, che sceglie un volume per passione, lo annusa, lo soppesa e lo accarezza con la mano come potrebbe cercare deliberatamente una scorciatoia a spesa della qualità?
Ci sono volte in cui vorrei che quel libro non finisse mai, lo chiudo sperando che arrivi presto un seguito e ne sento la mancanza quando lo sistemo in libreria. La parola “distillato” è una forchetta raschiata in una pentola di metallo : fa venire i brividi.
Accettare, estirpare, violare qualcosa solo perché troppo importante e imponente è un concetto imbarazzante. Un po’ come tagliare in due il Colosseo perché occupa troppo spazio o far crollare Pompei perché fa troppa polvere -ops –  .
L’editoria è zeppa di libri di poche pagine, di racconti o di raccolte di racconti, saggi brevi di veloce lettura. Qual’è la necessità di leggere un libro “Distillato”? Far parte della cricca del “Io l’ho letto!”? Lasciar trasparire una vaga idea di cultura al bar? O forse è la risposta alla moderna attitudine di skippare, selezionare, far scorrere; di ricerca di notizie ridotte a titoli o un modo per adeguarsi alla soglia di attenzione, sempre più bassa.
Non sarebbe più facile ammettere di non voler leggere e tornare ai cari vecchi distillati in bicchiere? Che di cultura non ne hanno nemmeno un pò ma sono fonte di grande ispirazione. Bukowski d’altronde è l’esempio perfetto di autore distillato!

Non dimenticare di fare i compiti; Tema di Natale

Oggi un mio contatto Facebook ha pubblicato la lista dei compiti delle vacanze che aveva assegnato ai suoi alunni. Ha fatto venir voglia anche a me di farli e ho provato gran invidia verso quegli alunni così fortunati ad aver trovato una persona che ama – in modo evidente – il suo lavoro.

compiti  vacanze

TEMA DI NATALE.

Al centro della sala il tavolo è vestito della tovaglia più rossa trovata nel cassetto e su ogni piatto trova posto un tovagliolo che ha la presunzione di trasformarsi in abete grazie ad uno scomposto origami. D* cerca le ultime sedie da sistemare intorno al tavolo andando a rovistare in soffitta, con il risultato di un’accozzaglia di sedute diverse e alcune sghembe. L’albero campeggia sullo sfondo mentre le luci del soppalco brillano ad intermittenza.
E’ Natale.
L’aria si profuma di burro mentre sforno l’ennesima teglia di alberelli in pasta brisè, indossando il mio poco sobrio e ancor meno natalizio grembiule con la stampa di un corpo di donna seminudo e sadomaso. Un regalo di Natale appunto, di tanti anni fa. I bambini mi guardano straniti mentre minimizzo sulla mise e ricominciano a correre cercando di rubare dal tavolo qualche stuzzichino.
L’attesa del suono del citofono ci rende impazienti.
E’ il Natale con gli amici.
Ci sono tradizioni che ho acquisito dalla mia famiglia, alcune affinate negli anni, altre modificate per assecondare la mutevolezza della vita, e poi c’è questa consuetudine che invece è mia. Che mi appartiene, che ho creato e visto crescere, che fa parte di quel bagaglio di cose irrinunciabili.
Il primo scambio di regali a sorpresa è stato quando tutti eravamo giovani e leggeri, in qualche fumoso pub di provincia per ovviare alla mancanza di una casa propria. Le birre si accumulavano sul tavolo mentre le parole stordivano le orecchie e la mano si appoggiava su ventre cercando di placare una risata contagiosa. Pacchetti spuntavano dalle borse sotto il tavolo. Eravamo quasi tutti studenti universitari ma alcuni di noi cercavano di entrare nel mondo del lavoro senza farsi troppo male. Ognuno aveva alle spalle la sua famiglia, chi scoppiata, chi assente, chi affettuosa e amorevole, famiglie presenti e famiglie lontane di chi aveva lasciato la sua “terra” e che con noi ritrovava la sensazione di “casa”. Avevamo una pelle splendida, capelli senza striature bianche e occhi riposati; macchine scassate dentro cui stiparci in cinque, Panda, Y10 e Super 5 andavano per la maggiore; non avevamo orari, né responsabilità, né soldi.

Oggi invece i miei figli accolgono con urla di giubilo gli amici sulla porta di casa, mentre le bottiglie di vino si allineano silenziose sul tavolo, le mani abbracciano senza nemmeno dar tempo di togliersi il cappotto, i sorrisi illuminano la stanza, le pance gravide si infilano sotto il tavolo, si scoperchiano contenitori colmi di prelibatezze vegetariane mentre i bambini scorribandano per la casa. La pila dei regali appoggiati sulla credenza aumenta ad ogni arrivo, qualche piccola manina cerca di afferrare i fiocchi e di sbirciare sotto la carta, prima che un adulto qualsiasi li faccia scappare.
C’è chi arriva trafelato, trascinandosi dietro il seggiolone della pappa, chi è stanco per la notte al lavoro e chi nasconde le preoccupazioni familiari, almeno per oggi, chi arriva sempre in ritardo ma stavolta è puntuale, chi continua a lottare per un contratto. Ci sono amici che abbiamo visto ieri e altri che non vediamo da qualche mese. Mentre prendono posto intorno al tavolo e le voci si mescolano nella stanza, li guardo con la consapevolezza di aver scelto loro per invecchiare, quasi fossero una famiglia acquisita. Su di loro ho contato per anni e so di poterlo fare per molto tempo ancora, sono dispensatori di consigli sinceri, ascoltatori instancabili, un vero sprono nelle difficoltà, sono compagni di condivisione di ogni cosa bella, di ogni conquista. Sono amanti della musica, dei concerti, del cinema, dei festival, dei viaggi, dei libri. Ci accomunano mille cose. Trasformati e cresciuti insieme verso l’età adulta abbiamo tessuto legami elastici, che non si deformano.

Lo sguardo.
Quello che hanno loro oggi, che ho io.
Quello che nasce quando gli angoli della bocca – che non sta davvero sorridendo ma è semplicemente rilassata e serena – spingono gli zigomi verso l’alto regalando agli occhi quel taglio che sa di felicità.
Questo per me è Natale.

Natale, l’e-commerce e i negozi cittadini.

tasto regalo

Quest’anno il mio Babbo Natale è stato il postino a bordo del suo motorino scoppiettante, perchè quasi tutti i regali li ho comprati on-line, seduta sul mio divano sorseggiando karkadè con mezzo occhio alla TV.  Non ho fatto code, non ho intasato i centri commerciali o vagato di negozio in negozio in cerca dell’offerta migliore, non ho inquinato usando la macchina, non ho stressato commesse indispettite da interminabili turni lavorativi. Ho avuto a mia disposizione una scelta illimitate e differenze di prezzo consistenti.
Avrei dovuto tenere per me tutto il gaudio di aver ottimizzato tempi, costi ed energia perchè -mio malgrado – mi son trovata in mezzo ad una discussione antipatica -“Se tutti facessero come te, avremmo i portici vuoti e i negozi chiusi” mi hanno detto.
Non credevo ve lo assicuro, di poter essere con il mio atteggiamento l’artefice della chiusura massiccia dei piccoli negozi cittadini.
Pensavo smaliziatamente fossero altre le cause, ben più invasive dei miei pochi euro lasciati qua e là.
Guardavo criticamente la sovratassazione che i piccoli imprenditori subiscono, una pressione fiscale del 43%, l’aumento degli affitti derivati dalla paralisi delle vendite, il “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti” che di fatto ci mette alla mercè degli Stati Uniti per contrastare le nuove grandi potenze economiche e che in soldoni potrebbe condurci ad essere i nuovi “cinesi europei”: lavoratori senza diritti, con salari minimi e orari assurdi. Pensavo fosse colpa delle multinazionali e della loro potenza, delle grandi catene, della massificazione.
Invece No! Tutto parte dal basso dicono loro dall’atteggiamento del singolo di comprare on line. Bisognerebbe comprare solo “cittadino”, sarebbe meglio persino evitare di fare acquisti nel capoluogo, gogna anche a chi va in pellegrinaggio ai mercatini di Natale!
Allora, ve lo dico, mi sono venute due idee:
La prima è bel embargo all’italiana per tutelare i nostri cittadini commercianti, massì che c’importa se Cuba dopo 50 anni è felice di potersene liberare; noi siamo in controtendenza.
Boicottiamo il mercato del mercoledì con le sue bancarelle che arrivano da mezza provincia o peggio quelle degli immigrati che poi “Tanto i soldi li mandano al loro Paese”, disertiamo i supermercati in favore esclusivo delle botteghe, dei loro prezzi e della loro varietà limitata -con la media attuale di un unico reddito a famiglia saremo in splendida forma per la prova costume- ma se il proprietario risiede nel paesino vicino e  quindi non apporta capitale nella nostra piccola comunità? Pubblicità negativa potrebbe fare al caso nostro.
Per coerenza si dovrebbe evitare anche di comprare tecnologia straniera, meritano forse di essere tutelati solo i piccoli commercianti o anche le aziende?
Mettiamoci alla guida unicamente di auto italiane.
Facciamoci piacere uno dei panettoni prodotti dalle note aziende nella nostra città, chiudendo gli occhi sulla lista ingredienti se è il caso. Soluzioni casalinghe anche per le vacanze, tutti al fiume sotto casa a fare il bagno!
Cristallizziamoci in un economia passata. Lasciamo il mondo fuori, lasciamo che la globalizzazione si globalizzi senza di noi, curiamo il nostro orticello, copriamoci le spalle con un economia di autosussistenza. Non mettiamoci in gioco in un’era di commercio senza frontiere, creiamo una comunità parallela agli Amish! Geniale!
Oppure, ma lo sussurro solo, si potrebbe smettere di dare la colpa a “tutto il resto”, prendere consapevolezza dei nuovi limiti e provare a superarli. Anche i piccoli negozi locali potrebbero iniziare a vendere on line; creare un sito e-commerce multilingue è davvero semplice ed economico! Investire sulla pubblicità in rete e sui socialnetwork, essere in grado di servire gli stranieri, imparare l’inglese e il francese dei nostri amici d’oltralpe magari. Ma soprattutto si potrebbe iniziare a rivalutare la più grande risorsa in mano al negozio sotto casa che lo distingue dal commercio su internet, dall’ipermercato, dalle grandi catene: il rapporto umano e l’importanza di ogni singolo cliente, delle sue esigenze, del bisogno di essere capito e a volte ascoltato. Riconsiderate il potere di un sorriso, di un saluto cordiale, di un ambiente sereno e piacevole. Siate competenti e preparati.
Ho avuto un negozio insieme a mia sorella più di qualche anno fa. La gente veniva da noi per la relazione che si era creata, per il clima cordiale e amichevole, perché ogni desiderio diventava per noi un ordine a costo di fare i salti mortali, per i prezzi allineati a quelli on line, i consigli, e l’impagabile opera di confidenti e assistenti sociali.
Vedete bene che è impossibile pensare che sia contro il commercio locale, ho remato sulla stessa barca! ma trovo molesto quando la sua difesa viene usata come pretesto per non aprire gli orizzonti, per fare muro -tanto per cambiare- verso chi non è come noi, chi non vive qui, chi non produce qui, chi non spende qui, chi non paga le tasse qui… E’ seccante quando i commercianti con arroganza credono sia un diritto che si acquisti da loro solo per una questione di vicinanza, è irritante quando le loro difficoltà vengono attribuite “a me” che preferisco comprare on line con un rapporto qualità prezzo nemmeno avvicinabile a quello delle vetrine sotto casa.
C’è un piccolo negozio, in un piccolo centro di tremila anime appena, che è l’emblema di quanto sia indispensabile il rapporto umano in un momento di liberalizzazione economica come questo. E’ un negozio che si reinventa continuamente per incontrare le richieste dei clienti, partito come merceria ora vende abbigliamento, profumeria, accessori, intimo, tessili. Un negozio sempre colmo di gente che fra un acquisto e l’altro racconta le sue storie, si confronta sulle vicende del paese, chiacchiera e si sfoga con la titolare; una ragazza con un sorriso per tutti che ricorda e si interessa ai clienti, li cura, li coccola, li consiglia senza badare agli orari di chiusura. Pubblica gli ultimi arrivi sui socialnetwork rispondendo a qualsiasi richiesta anche ad orari impensabili, partecipa agli eventi del paese con un tocco originale, con un dj davanti al suo negozio per dire, organizza vendite promozionali o a tema. Non molla mai il colpo, si adegua, si splasma e c’è sempre.
Questo è il tesoro impagabile delle realtà locali, dei negozianti, di chi offre servizi, delle piccole imprese; la dedizione di chi li conduce, la passione, l’appagamento, la voglia di essere lì, la loro realizzazione.
Se davanti hai un pc che ti mette a disposizione un intero mondo di vestiti, cellulari, libri, dischi, viaggi e tuttoquellochetipassaperlatesta, non c’è motore che ti spinga ad alzare il culo per andare in quel negozio se non il fatto che lì stai bene, che troverai quello che cerchi e persino qualcosa che non sapevi nemmeno di volere.
Invece di combattere la modernità e le mille opportunità che offre, cavalcate l’onda, non diventate obsoleti siete pur sempre un tassello nell’economia globale, tornate a lavorare sulle -e con- le persone.
Sono la risorsa più forte che avete.

Minacce dal cioccolato

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Attenzione!
Quello che state per leggere è una notizia che potrà sconvolgere la vostra vita, in primis il Natale. Una notizia degna del vero giornalismo d’inchiesta.
La conferma l’ho avuta oggi: dopo le scie chimiche, l’antrace, l’ebola, i marò, le arance all’hiv, il pane al carbone, ora c’è la cioccogramigna.
Avete presente quei piccoli, teneri, scintillanti cioccolatini?!? Il loro consumo ma, peggio ancora, anche solo pensare di poterli acquistare, può scatenare reazioni quali diffidenza, xenofobia, integralismo, perdita  della memoria, manie di grandezza.
Alcuni consumatori, dopo aver comprato il calendario dell’Avvento della Lindt raffigurante un edificio da “Le mille e una notte”, hanno scambiato l’immagine per una moschea e iniziato a sproloquiare contro i cammelli in primo piano, la gente con il turbante, il ciocco-islam e inveito contro i produttori colpevoli di voler snaturare il Natale Cristiano in uno stato laico incentivando l’Islam. Le moschee al tempo di Cristo non esistevano perchè Maometto doveva ancora nascere, così, giusto per dire.
Io lo so che l’occidentalizzazione della ricorrenza del Natale ha scombinato i piani, si vedono nel presepe venditori di salsicce, pizzaioli, pastori e Gesù stesso sbiancati tanto quanto Michael Jackson. La realtà però è che, anche se la regione era governata dall’Impero Romano, era comunque un luogo al confine con i paesi arabi. Pelle scura, cammelli e costruzioni ridondanti d’oro e rotondità. Avete presente no? Mille e una notte.

Un altro caso, qualche settimana fa, è toccato alla nostrana Ferrero con il suo prodotto di punta.
Si sono infatti rifiutati di personalizzare, come da promozione, il barattolo di Nutella di una bimba  australiana. Perchè?! Si chiama ISIS -Iside – e loro, giustamente, non volevano che i prodotti Ferrero potessero essere associati allo Stato Islamico.
Una bambina di cinque anni e il suo nome diventano così una minaccia. Avrebbe al massino mostrato il suo barattolo alle amiche, anch’esse cinquenni, durante il the delle principesse, ma tant’è… Perdita di raziocinio.

Io vi ho avvisati.
Quest’anno state lontano dal cioccolato. Oltretutto ha un colore che non va molto di moda, fa ingrassare, danneggia i denti e crea dipendenza.
Buttatevi su panettoni stopposi e giù di bollicine.

 

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°°°Il Cioccolato, in particolar modo il cioccolato fondente, ha un effetto protettivo sul cuore, è stato dimostrato, infatti, che gli antiossidanti presenti nel cacao siano in misura doppia rispetto per esempio a quelli contenuti nel vino rosso e 4 volte a quelli del tè.
Sono gli stessi antiossidanti a svolgere un’azione protettiva nei confronti del cancro, dell’invecchiamento, dell’asma, dell’aterosclerosi, e in genere di tutti i processi infiammatori.
Il cacao riesce anche ad abbassare i livelli di colesterolo.
Mangiare un quadratino di cioccolato ci aiuta anche a migliorare il tono dell’umore.
Contiene, infatti, la feniletilamina, praticamente la stessa sostanza che il nostro cervello produce quando ci innamoriamo, per cui ha la capacità di procurarci sensazioni di appagamento e felicità.Nelle donne combatte attivamente i sintomi della sindrome premestruale, in quanto è ricco di potassio, magnesio, fosforo, calcio e rame. Alcuni studi dimostrerebbero come i flavonoidi del cacao svolgano un’azione molto simile a quella dell’aspirina nel prevenire l’aggregazione delle piastrine nel sangue.
Quindi consumare cioccolato avrebbe numerosi effetti benefici.
A parte ste cag***.

 

Barabba

invisibile 2

Nella città in cui vivo mimetizzato fra i palazzi del centro storico, appena fuori dalla via centrale pavimentata a ciottoli e subito dopo la curva del bastione che difendeva la città, sorge un carcere.
Il muro di mattoni a vista e cemento che lo circonda, immagino originario del 500 quando lì c’era un Convento delle Benedettine, riesce nell’intento di mimetizzarlo fra gli edifici più o meno storici che lo affiancano, tanto che  passerebbe totalmente inosservato non fosse per le torrette di controllo che svettano agli angoli. Ci passo spesso vicino, proprio davanti c’è il parco comunale dove porto a giocare i bambini e ogni volta provo a sbirciare oltre le finestre, dietro le grate. Cerco volti, mani, rumori, vita. Tutto sembra così irrealmento immobile; in una struttura così imponente non mai percepito un solo briciolo di esistenza.
Un muro che racchiude l’invisibile , questa è la sensazione che mi trasmette.
L’idea di carcere più attuale che ho me l’ha regalata Netflix con una serie intitolata “Orange is a new black”, ma sono ben conscia che sia quanto di più lontano possibile da un carcere reale, nulla di nemmeno lontanamente paragonabile. In mio soccorso è arrivata però l’amministrazione locale che ha dato la possibilità di varcare questo luogo etereo aprendo le porte del carcere a mercatini e mostre durante il periodo natalizio.
Non so cosa pensavo di trovare lì dentro, umanità, visi, storie, ombre, realtà forse; ma ci sono andata piena di entusiasmo.
Le celle dismesse erano aperte alle visite, sei loculi dalla volta bassa con i muri scrostati e piccole finestre grigliate si facciavano su un corridoio, al centro di ogni stanza una foto formato gigante rivelava le fattezze di chi avrebbe potuto abitarla. Nel cortile centrale piccole casette di legno ospitavano come da copione i prodotti da “mercatino natalizio” realizzati da carcerati o associazioni operanti negli Istituti di Detenzione. Alberi stilizzati ed addobbati in modo essenziale arricchivano il giardino in mezzo a cui un gazebo ospitava il concerto della scuola musicale, un angolo era stato attrezzato con una piccola postazione in cui scrivere un pensiero da attaccare all’abete del carcere. Tutto intorno un lento brulicare di persone e guardie.
Era quasi un angolo di normalità ma Loro continuavano a non esserci. Il loro respiro ci avvolgeva ma i detenuti, gli abitanti di questo luogo erano ancora incredibilimente invisibili. Pareva un set cinematografico con sole comparse.
I miei occhi continuavano ad andare alle finestre che affacciavano sul cortile, perchè avevo letto che lì si trovavano le celle, sui monitor degli uffici di guardia, si infilavano veloci oltre le porte lasciate aperte, giù per i corridoi. Nulla. Vuoto. Invisibili. Nessuna luce accesa oltre i vetri, nessuno spiraglio aperto nelle finestre, nemmeno due ciabatte messe fuori a rinfrescare. Monitor dalle immagini statiche, movimenti assenti. Porte che davano su corridoi chiusi, bui, spenti.
La manifestazione nata per dar loro risalto non è riuscita a renderli concreti, reali. Sono rimasti -ancora – nient’altro che muti, ciechi e sordi spettatori di un teatro a luci spente, che raccolgono briciole di vita rimaste quando tutti i visitatori sono scemati e leggono le frasi attaccate all’albero dove le parole più comuni sono “libertà” “felicità””pace”.

Tornando a casa a passo svelto nella nebbia fra le luci intermittenti, avverto così anacronistico il ruolo del carcere ai giorni d’oggi, la sua funzione solo punitiva e non riabilitativa. Un tappeto sotto cui nascondere la polvere, dove accantonare tutto ciò che la gente per pudore, morale, decenza, ritegno e paura non vuole vedere.
Lo si cela agli occhi nascondendolo dietro ad un muro, pensando che così il mondo fuori possa essere meglio, anche se dentro è un lento marcire.